L’Olocausto nei romanzi. Se la Shoah diventa un pretesto per pubblicare libri

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Qualche giorno prima del 27 gennaio ho letto un post che metteva a fuoco un fastidio che condivido: l’impressione che la ricorrenza sia una sorta di lasciapassare per una romanticizzazione dell’Olocausto, che tende a diventare così una circostanza, storica certo, come un’altra.
Non voglio esprimere una contrarietà assoluta ai romanzi ambientati durante l’ascesa del Terzo Reich: sarei ipocrita, ne ho letti e ne ho in lettura uno proprio mentre scrivo. Anzi, sono convinta che, accanto alle testimonianze, i romanzi abbiano un ruolo importante e possano aiutare a integrare le proprie conoscenze. È inutile fingere il contrario: sulla Shoah c’è ancora molto da imparare e ci sono aspetti, programmi nazisti e movimenti resistenziali che ho scoperto e continuo a scoprire soltanto leggendo.
La mia preoccupazione è che, alla stregua dell’amata quanto bistrattata epoca vittoriana, diventi soltanto uno sfondo per romanzi in cui lo spettro dell’inattendibilità storica si amplia anno dopo anno, pubblicazione dopo pubblicazione.

Trattare la persecuzione nazista come una materia di cui si può scrivere e riscrivere a piacimento è rischioso.

Scrivere e pubblicare di un reale evento storico, a maggior ragione se di fondamentale importanza, comporta una serie di responsabilità che non possono essere liquidate sottolineando che si tratta di un romanzo e perciò di una finzione.
È necessario che dietro al romanzo vi sia un serio lavoro di documentazione che consenta da un lato di evitare che la storia sia superficiale, dall’altro di approfondire le prospettive meno note e indagate. Mi sembra concreto il rischio di una banalizzazione della tematica che viene affrontata, spesso, ricalcando schemi narrativi di altri generi o ripetendo al punto da stereotipare.
Come funamboli si cammina su un filo sottile, tenuti appena in equilibrio dalla necessità di ravvivare la memoria e dall’esigenza di mercato che si traduce nell’andare incontro al lettore, assecondandone i gusti (e spesso significa dargli un libro-calco di quello che ha comprato e apprezzato) e ammorbidendo la Storia, trasformandola in qualcosa di più rassicurante.

novellizzazione olocausto

Non si dovrebbero, quindi, raccontare storie di persone che misero a repentaglio la propria vita per salvarne un’altra o più? Non si dovrebbe dare spazio alle storie d'amore?

Al contrario, si deve. Ma si deve dare una contestualizzazione coerente e completa di informazioni precise, in cui non vi sia lo spazio di interpretare la verità storica, anche quando i protagonisti non si riferiscono a persone realmente esistite.
Persino un romanzo come Il bambino con il pigiama a righe, in cui è esplicito il lavoro di immaginazione e la sua funzione, è stato ritenuto da molti una biografia e questo, anche se non in maniera evidente, rappresenta un problema. E no, non lo possiamo ignorare: non riguarda soltanto una cerchia ristretta di persone che non hanno capacità interpretative, riguarda tutti. Noi. Oggi. Non si può demandare al lettore il compito di discernere realtà e finzione narrativa, di individuare quali informazioni sono state riportate approssimativamente o sono del tutto assenti: ci deve essere chiarezza. Affidarsi all’immaginario più o meno comune del sistema concentrazionario e della propaganda nazi-fascista, che anche la rappresentazione letteraria ha contribuito a forgiare, comporta il rischio di assottigliare la conoscenza.
Sentimenti razzisti, mascherati e opportunamente giustificati, mai scomparsi e forse nemmeno assopiti, riprendono piede in un frangente in cui si perdono i testimoni diretti e la memoria diventa sempre più tramandata.
Il mio timore è che prevalgano l’impressione della favola e la storia avvincente, che lentamente ci assuefa e non pretende altro se non di intrattenere.

Hai mai avuto l'impressione che ci sia una tendenza al livellamento del discorso nei romanzi di genere?

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