martedì 16 gennaio 2018

Max

Recensione di Max di Sarah Cohen-Scali

Sarah Cohen-Scali

copertina max sarah cohen-scali

Titolo: Max
Titolo originale: Max
Autore: Sarah Cohen-Scali
Traduttore: Fabrizio Ascari
Prima edizione: Gallimard - 31 maggio 2012
Prima edizione italiana: L'Ippocampo - 11 aprile 2016
Pagine: 480
Prezzo: ebook - € 7,99; cartaceo - € 15,90
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Max è stato concepito all’interno del progetto eugenetico «Lebensborn», ideato dal gerarca nazista Himmler. Per questo motivo non sa chi sia il padre biologico, ma è più che felice di essere figlio di Hitler e della Germania. Una ragione in più per nascere il 20 aprile, il giorno del compleanno del Führer.
Il racconto di Max inizia proprio pochi attimi prima dello scoccare del giorno prescelto, quando è ancora nel ventre della donna che lo metterà al mondo e lo nutrirà per i primi mesi di vita.

In fretta! In tutta fretta! Voglio essere il primo del nostro Heim a nascere il 20 aprile. Nelle sale parto ho già parecchi potenziali rivali. Devo precederli, anche solo di un secondo.
Incoraggiatemi!
Pensate a ciò che vi ho detto: DEVO essere biondo. DEVO avere gli occhi azzurri. DEVO essere pieno di vita.
Slanciato.
Duro.
Coriaceo.
Di acciaio Krupp.


Non ha ancora emesso il primo vagito e già sa che la sua prima esperienza sarà una selezione, che dovrà dimostrarsi all’altezza. È una consapevolezza che prende contro piede, ma ancora di più destabilizza che il protagonista abbia già abbracciato l’ideologia nazista.
Max è l’orgoglio del Heim in cui è nato e del dottor Ebner: è il successo del Lebensborn. La sua perfezione è tale da meritare il riconoscimento di Hitler in persona: è lui a scegliere e imporre al bambino il nome di Kondrad. K, come Krupp.
Così «Max», il nome che la madre avrebbe voluto dargli, scivola via dai ricordi del bambino per ripresentarsi più volte, declinato in lingue diverse, nel corso della sua vita come il fantasma indelebile e tenace dell’amore che ha ricevuto.
Kondrad cresce, ma la sua non può essere un’infanzia di giochi innocenti. Passa, invece, attraverso alcune prove che il caso ha scelto per lui e altre per le quali si è offerto volontario, spinto dal Draufgängertum, l’impulsività che ha allenato fin da quando era in fasce.
Ci sono eventi, però, a cui non riesce a rimanere del tutto indifferente e, colpo dopo colpo, il credo che aveva assimilato insieme al latte materno inizia a incrinarsi.

A partire dal suo soggetto, Max è un romanzo singolare. Cohen-Scali sceglie, infatti, di raccontare il progetto Lebensborn, una delle atrocità messe in atto dal nazismo e spesso trascurata, se non dimenticata.
In questo senso, Max è un romanzo della memoria, un tentativo di non dimenticare e un invito, invece, alla conoscenza. Cohen-Scali spiega lo sviluppo del Lebensborn dall’arruolamento delle donne che avrebbero concepito dei perfetti ariani al rapimento sistematico dei bambini che presentavano caratteristiche fisiche idonee alla razza superiore. Rivela così l’inscindibile violenza del programma di Himmler: c’è brutalità nell’atto del concepimento, sebbene il sistema cerchi di assicurarsi l’accondiscendenza delle donne coinvolte; l’amore è estirpato fin dal primo istante e ai bambini, prodotti quasi in serie, non viene concessa infanzia né affetto, se non quello asettico della patria tedesca.
A rendere il libro ancora più eccezionale è il punto di vista. La narrazione ha, infatti, un forte impatto sul lettore non solo perché in prima persona, ma perché appartiene a un bambino e soprattutto ha inizio poco prima della sua nascita.
Ovviamente è impensabile che un bambino nasca con la consapevolezza e la conoscenza che mostra il protagonista, ma è cruciale che il lettore accetti di stringere quel patto che è spesso richiesto dalle storie. Su questo accordo si gioca la riuscita dell’intero romanzo.
La componente romanzesca potrebbe, infatti, risultare troppo ardita per un argomento tanto delicato e, tuttavia, è quanto mi ha tenuto incollata alle pagine, nella febbricitante necessità di conoscere il destino di Kondrad e di altri personaggi. Per questo mi è difficile pensare che possa sminuire l’impatto che ha sul lettore la scoperta delle dimensioni e dei risvolti del progetto Lebensborn.
Il romanzo di Cohen-Scali si legge tutto d’un fiato. È scorrevole e avvincente e, sebbene non abbia valore testimoniale in senso stretto, raggiunge l’obiettivo principale di informare e sensibilizzare il lettore.
Inoltre, penso che l’autrice sia riuscita a spingersi oltre alla tematica principale. Dal momento che il protagonista ha così ben interiorizzato l’ideologia nazista, è impossibile per il lettore entrare in sintonia con lui: c’è nei suoi pensieri primigeni, ma non maturi, tutto quanto abbiamo imparato a ripudiare. Kondrad è un eccellente rappresentante del sistema nazista, ma è anche un bambino che non ha mai potuto essere soltanto un bambino e ha conosciuto una realtà corrotta, una tenebra di incubi che gli erano stati indicati come favole e sogni a cui tendere e aspirare. Anche questa, ricontestualizzata, rimane una questione aperta e sempre attuale.
Traumatico e brutale, Max rifugge il patetismo e piuttosto sconvolge, ma l’autrice inserisce i germi del dubbio e della speranza così da non lasciare il lettore del tutto paralizzato. Chiuso il libro, però, non si trova serenità e sollievo perché se Max è nato dalla penna di Cohen-Scali, il progetto Lebensborn è parte di una storia che non possiamo cancellare e ha tra le sue vittime bambini formati per essere vittoriosi carnefici.

Sono il bambino del futuro.
Il bambino concepito senza amore.
Senza Dio. Senza Legge
. Senza nient’altro che la forza e la rabbia.

Il mio voto

4 specchi e mezzo


Amaranth

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