lunedì 24 febbraio 2014

La figlia dei ricordi

Sarah McCoy

Avevo messo gli occhi su questo libro fin dalla sua pubblicazione in Italia. Un’amica me l’ha prestato, ma l’ho lasciato in disparte finché non è stato deciso l’argomento mensile del gruppo di lettura Libri e caffè: la shoah e, più in generale, la seconda guerra mondiale.

Titolo: La figlia dei ricordi
Titolo originale: The Baker's Daughter
Autore: Sarah McCoy
Traduttore: Claudia Lionetti
Editore: Nord
Prima edizione italiana: 10 gennaio 2013
Prima edizione: 24 gennaio 2012 - Broadway Books
Pagine: 462
Prezzo: € 17,60 - Rilegato



È Elsie o Reba il punto di partenza? L’autrice apre il suo romanzo in Germania, nel luglio 1945, lanciando un breve sguardo su un episodio a cui non si saprà dare la giusta collocazione per gran parte della narrazione ed è giusto così. Scivola poi a El Paso nel novembre del 2007; perciò è da qui che inizierò.
Reba è una giornalista freelance a cui è stato assegnato un articolo sulle tradizioni natalizie; ha deciso di intervistare Elsie Meriwether, una panettiera-pasticcera tedesca.

«Del Natale in Germania ricordo la scarsità di cibo. Mio padre che cercava di mandare avanti la panetteria. Il freddo, così intenso che si poteva anche morire congelati. Soldati ubriachi in divise di lana. Impronte fangose di stivali nella neve. Famiglie che non potevano riunirsi e segreti che non avevano nulla a che fare con Babbo Natale, le renne o la magia della festa…»

Tuttavia Elsie è impegnata nel retrobottega-laboratorio e Reba si ritrova a parlare con la figlia Jane di argomenti che non vorrebbe affrontare con un’estranea. L’amore, per esempio. Reba è fidanzata con Riki, un giovane messicano, ma non ha il coraggio di fissare una data di matrimonio; non riesce nemmeno a indossare l’anello che lui le ha regalato.
Tra dolci assaggi le confidenze delle tre donne aumentano e il passato (non solo quello di Elsie) emerge.

«Lei era nazista?» la incalzò, sforzandosi di mantenere un tono neutro.
«Ero tedesca.»
«Perciò era dalla parte dei nazisti?»
«Ero tedesca. Essere nazisti è una posizione politica, non una nazionalità. Il fatto di essere tedesca non mi rende una nazista.»
«Ma ha detto che stava andando a una festa delle SS. »

Alternando i capitoli tra il 2007 e il 1944, la McCoy rivela anche la storia di Elsie. Sono tempi duri in Germania, ma tutti sperano ancora in una veloce risoluzione della guerra e non dubitano che sarà a loro favore. L’ideologia nazista permea ogni momento, ogni luogo e ogni pensiero.
In una lettera alla sorella Hazel lontana, Elsie rivela con emozione che parteciperà a una festa delle SS, accompagnata da Josef. Tuttavia la serata la lascia molto turbata: Josef le ha chiesto di sposarlo, ma la ragazza non lo ama; un bambino ebreo, destinato a ritornare a Dachau, viene fatto esibire per allietare i convitati con la sua voce; un ufficiale tenta di violentarla e minaccia di denunciarla come spia.
Da quella sera Elsie deve custodire un segreto che vorrebbe poter confidare alla sorella, ma teme che la loro corrispondenza venga controllata. Dopo aver avuto un figlio illegittimo, Hazel è stata accolta nel Progetto Lebensborn: giovani donne tedesche vengono selezionate per il perseguimento della pura razza ariana. Il loro compito è concepire figli della patria con ufficiali tedeschi scelti. I bambini vengono allontanati dalle madri ed educati secondo i principi nazisti.
Pur essendo a conoscenza del progetto eugenetico del Reich, non ne avevo mai letto né sui testi scolastici né in altri romanzi. Sebbene la McCoy non trasformi la sua narrazione in un saggio storico e non approfondisca l’argomento, permette di conoscere una realtà che spesso viene ignorata.
Il lettore si trova dunque a essere testimone degli eventi che sconvolgono la vita di Elsie, ma allo stesso tempo ha l’impressione di ascoltarli insieme a Reba nella Backerei di El Paso.
Anche Reba, però, ha i suoi segreti e un passato difficile alle spalle che viene scoperto e affrontato gradualmente.
Alcuni dei capitoli ambientati tra il 2007 e il 2008 non seguono Reba, ma Riki. Messicano immigrato, Riki è un agente della Border Patrol, la polizia di frontiera. La sua è una posizione scomoda: fin quando si trattava di rispedire oltre il confine criminali o uomini che cercavano un lavoro, il suo lavoro gli sembrava facile e giusto; ora però ha che fare con donne e bambini e la sua fiducia nella giustizia e nelle regole inizia a vacillare.

«[…] Cioè, se proprio ha voluto passare il confine come clandestina, che almeno si rendesse invisibile. […]»

Sono le parole di una donna che, nella comodità e nella frescura della sua lussuosa villa, ha denunciato la presenza di due bambini e della madre nelle vicinanze della sua abitazione. Certo, lei non vorrebbe vederli lì, che vivono nella miseria, o ritrovare i ragazzini morti senza aver fatto nulla per impedirlo.
Il tema dell’immigrazione, quindi, si intreccia a molti altri, la paura del diverso (quand’anche la diversità fosse data soltanto dalla povertà), il perbenismo e la giustizia.
La complessità dell’intreccio è una caratteristica dell’intero romanzo: la McCoy inserisce diversi spunti di riflessione con sorprendente naturalezza, ma non si limita a brevi cenni sviluppandoli e lasciando al lettore la possibilità di coglierli.
Come nella Ladra di libri la seconda guerra mondiale e la persecuzione nazista sono raccontate dal punto di vista di una giovane tedesca, ma la questione viene allargata e spinta al confronto con altre guerre (quella del Vietnam e dell’Iraq).
L’autrice non rinuncia a inserire atmosfere più rosa e romantiche sia nel passato di Elsie che nel presente di Reba. Temevo, in particolare nell’ultimo caso, una caduta della narrazione nel cliché ma, sebbene non risulti del tutto originale, viene sempre gestito con attenzione.
Il legame tra presente e passato è rinforzato dal profumo dei dolci e del pane sfornato, tradizione familiare che Elsie ha portato dalla Germania agli Stati Uniti e che anche il lettore può assaporare grazie alla raccolta delle ricette inserita in postfazione.
La delicata penna della McCoy non risulta mai pesante e regala un romanzo piacevole e particolarmente leggero, ma capace di suscitare forti tensioni e, più importante, di far pensare.

Il mio voto

4 specchi

Amaranth

4 commenti:

  1. Appena ho letto la trama di questo libro, poco meno di un anno fa, mi ha subito incuriosita tantissimo, solo che non ho ancora avuto occasione di leggerlo!! Dopo questa bella recensione sono ancora più curiosa però!! *-* Dovrò leggerlo sicuramente!! :D

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    1. Mi fa piacere ^.^ Anch'io ci ho messo un po' a decidermi, ma una volta iniziato non ho saputo staccarmene. Alla fine ero quasi delusa che non continuasse: "E ora come faccio?" XD

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  2. un romanzo molto bello ed intenso!!!

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    1. Vero: forse più intenso perché sa unire molti temi, dai più importanti e complessi ai più quotidiani.

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