lunedì 16 aprile 2018

Uomini e topi

Recensione di Uomini e topi di John Steinbeck

John Steinbeck

Mi è sembrato che, negli ultimi anni, complice la nuova traduzione di Furore, Steinbeck abbia conosciuto un nuovo successo o, forse, non si è mai esaurita l’imprescindibilità che lo ha reso un classico. L’impulso a leggere questo autore, però, mi è arrivato banalmente dal manuale di letteratura, in cui è soltanto citato. «Voglio leggerlo» mi sono detta e quello stesso pomeriggio sono andata in biblioteca.

copertina Uomini e topi Steinbeck Mari

Titolo: Uomini e topi
Titolo originale: Of Mice and Men
Autore: John Steinbeck
Traduttore: Michele Mari
Nuova edizione: Bompiani - 27 ottobre 2016
Prima edizione italiana: Bompiani - 1938;
traduzione di Cesare Pavese*

Prima edizione: Covici Friede - 1937
Pagine: 139
Prezzo: brossura - € 12,00; ebook - € 5,99
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George e Lennie viaggiano per il paese, offrendo il proprio lavoro nei ranch e coltivando il sogno di possedere loro stessi un piccolo terreno ed essere finalmente liberi. È raro che i braccianti stagionali viaggino assieme, ma il legame tra George e Lennie, esplicitato dalla reciproca complementarietà, risale a un’infanzia comune che permette al primo di intuire facilmente gli atteggiamenti dell’altro.

«Non c’è niente in tasca,» disse Lennie pronto.
«Lo so che non c’è niente. Adesso è in mano. Che cos’hai in mano che nascondi?»
«Non ho niente, George. Davvero.»
«Via. Da’ qua.»
Lennie tese il pugno chiuso dalla parte opposta a quella dov’era George. «È solamente un topo, George.»


Lennie è un uomo imponente ma goffo e probabilmente affetto da ritardo mentale che lo rende inconsapevole della straordinaria forza di cui è dotato. George, al contrario, è piccolo, ma di mente vivace. Rassegnato a prendersi cura di Lennie, George prova in realtà conforto nella sua compagnia. La vita che i due condividono è, infatti, molto aspra e dura, costellata di fatiche e affanni, mitigati dalla certezza di non essere soli. Sfuggiti all’ennesimo guaio in cui si è cacciato Lennie, i due sono giunti in un nuovo ranch.
Dall’anziano Candy, rimasto menomato ma ancora utile per tenere puliti gli ambienti, a Crooks, il garzone nero con la schiena rotta, che ha diritto a una cuccetta privata nel fienile lontana e isolata dalla baracca degli altri lavoratori, il ranch offre un carosello di sconfitti: uno spaccato sociale crudo, segnato dallo sfruttamento e dalla discriminazione, che culmina nella figura del figlio del padrone, Curley, perennemente impegnato a cercare la sua giovane sposa e pronto ad attaccar briga con i braccianti. D’altro canto, la donna non è mai in casa e girovaga per la tenuta cercando il marito o, come presumono molti e Curley per primo, ben altra compagnia.

copertina uomini topi steinbeck pavese

«Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono la paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l’indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d’un altro ranch.
[...]Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all’osteria e gettare via i nostri soldi, solamente perché non c’è un altro posto dove andare. Ma se quegli altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso.»


Costretti a lavorare per sopravvivere, a continui spostamenti per allontanarsi dai problemi, George e Lennie potrebbero sembrare più miserabili dei lavoratori del ranch. Eppure, il sogno di un futuro diverso, un piccolo angolo di paradiso in terra, dà loro una luce e una vitalità distintivi. A farli emergere è, però, la purezza dell’amicizia che li unisce.

«Noi invece è diverso! E perché? Perché… perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché».

È un sentimento che arriva molto prima che ci si possa rendere conto e, forse, è proprio per questo che Uomini e topi mi ha lentamente straziato. Fin dall’inizio, la lettura è accompagnata da un presentimento negativo che Steinbeck infonde ai suoi protagonisti e non manca di suggerire al lettore.
Ho letto Uomini e topi studiando Montale, che fu uno dei suoi traduttori e probabilmente non è un caso che l’analisi delle liriche montaliane mi abbia rimandato alle sensazioni suggerite dal romanzo. Così mi è sembrato di rileggere in prosa il verso montaliano «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» nelle parole che raccontano il sogno di Lennie e George. Ma non vorrei forzare troppo la mano azzardando un’analisi che correli i due autori, mi limito a condividere l’impressione personalissima che, nel suo romanzo breve, Steinbeck abbia raccontato l’infelicità quale destino, per alcuni, a cui è difficile sottrarsi.
Sebbene la narrazione si adagi per lo più sulla consequenzialità degli eventi, fugaci prolessi e non rare analessi tracciano i contorni di un disastro imminente che travolgerà il sogno. Steinbeck mimetizza le minacce benché queste abbiano già preso forma e sembrino, soprattutto a George, tornare dal passato.
Benché rare, le descrizioni dei luoghi assumono una valenza simbolica che Steinbeck riesce a realizzare mitigando l’asciuttezza della prosa in liricità e, ancora una volta, disseminando la narrazione di sinistri indizi.

Come talvolta avviene, un attimo discese e si librò e durò molto più che un attimo. E il suono tacque e il movimento tacque, per molto molto più che un attimo.

Non sapevo cosa aspettarmi da Steinbeck né da questo romanzo in particolare. Mi ha travolto l’amara dolcezza di Uomini e topi e la precisione nella scelta di parole evocative, in grado di tratteggiare un’allegoria complessa e restituire compiutamente la policromia della realtà.
Uomini e topi è un classico della letteratura americana e ha avuto importanti influenze su quella europea, ma io penso che questo non debba spaventare: pur non avendo ancora approfondito Steinbeck, la facilità e la scorrevolezza della lettura rendono questo romanzo perfetto per chi desidera avvicinarsi all’autore o semplicemente apprezza il realismo disilluso, tragico ed emozionante.

«È una gran bella cosa andare in giro con uno che si conosce,» disse George.

Il mio voto

4 specchi e mezzo


Amaranth

*Ho letto il romanzo nella traduzione di Cesare Pavese.

2 commenti:

  1. L'ho letto troppi anni fa, ricordo solo che lo trovai bellissimo e struggente.

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    1. Condivido appieno: bellissimo e struggente.

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