venerdì 6 aprile 2018

Il caso Demichellis

Recensione di Il caso Demichellis di Francisco Marín

Francisco Marín

Romanzo di esordio di Francisco Marín, Il caso Demichellis è stato accolto calorosamente dal pubblico spagnolo e ha ottenuto riscontri positivi anche in Italia. Thriller legale dalle tinte decisamente gialle, Il caso Demichellis mi aveva incuriosita per poi rivelarsi una lettura deludente.

copertina caso Demichellis

Titolo: Il caso Demichellis
Titolo originale: El caso Demichellis
Autore: Francisco Marín
Traduttore: Alessio Vacca
Prima edizione italiana: autopubblicato - 3 gennaio 2018
Prima edizione: Ediciones Atlantis - settembre 2016
Pagine: 273
Prezzo: ebook - € 2,99; cartaceo - € 9,82
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L’avvocato penalista Raúl Ballesteros è abituato a difendere colpevoli, ma è convinto che il suo cliente Eduardo Ribas non abbia commesso l’omicidio per il quale è stato condannato. D’altra parte, è emerso che la confessione gli è stata estorta con l’inganno.
Anche la sorella della vittima, la bella Raquel, ha dei dubbi e le sembra che molti dettagli non collimino tra loro. È questo il motivo per cui si avvicina a Ballesteros e lo invita ad affidarsi ad Alex Zarco, un investigatore privato, per capire meglio che cosa è successo il giorno del delitto.
Mi sono fatta ingannare, in un primo momento, dalla scorrevolezza della lettura. Mi sono ricreduta piuttosto in fretta, quando mi sono trovata impantanata nei lunghissimi racconti biografici che accompagnano ogni personaggio. L’espediente è reso possibile dall’adozione del narratore onnisciente, almeno apparentemente estraneo alla vicenda.
L’intento di dare profondità agli attori principali del romanzo rivela, a mio avviso, l’inesperienza dell’autore che non riesce a renderne la complessità attraverso le azioni e i dialoghi e spazza ogni speranza di aggiungere suspense e guizzi adrenalinici alla narrazione.
Si potrebbe apprezzare che Marín abbia costruito una storia squisitamente umana per ciascuno dei personaggi, rivelandone le idiosincrasie e le convinzioni, ma ho trovato maldestro e forzato l’inserimento di tante informazioni che, lungi dall’arricchire, si rivelano superflue.
Un altro punto di debolezza del romanzo sono stati, per me, i dialoghi. Prive di naturalezza, spesso involontariamente insensibili laddove ci si aspetterebbe una maggiore empatia, le sequenze dialogiche sono spesso infarcite di cliché o utilizzate per ripetere e rinforzare un pensiero già espresso dalle parti riflessive e descrittive.

«Oggi smarrisci il cellulare e ti sembra di essere solo al mondo».

Ne sono consapevole: sono frasi quasi fatte di cui ci serviamo quotidianamente per sfuggire all’imbarazzo del silenzio. Non credo e non pretendo che un romanzo ne sia del tutto privo, ma penso che in questo particolare caso se ne faccia un uso eccessivo.
Inoltre, ho spesso avuto l’impressione che l’autore si sia servito delle riflessioni e delle parole dei personaggi per condividere pensieri e convinzioni personali, rivelando la propria presenza e danneggiando la scelta del narratore.
La caratteristica che mi ha più ostacolata nella lettura, inficiandone davvero la fluidità, è la pretesa di descrivere ogni singola azione, riempiendo il vuoto temporale e spaziale tra gli eventi o riducendolo al minimo. L’impressione è che Marín abbia cercato di calare completamente il lettore nella sua ambientazione portandolo a vedere quanto egli stesso aveva immaginato. Inutile precisare che non raggiunge il risultato desiderato: non serve mai spiegare che quando si deve attendere il proprio turno presso uno sportello pubblico, si strappa un pezzettino di nastro carta su cui è riportato un numero, e difficilmente risulterà affascinante la descrizione meticolosa della preparazione di una cena.
Dopo essermi soffermata a lungo su aspetti strutturali, mi sembra doveroso fare alcune considerazioni sulla storia in sé per quanto inevitabilmente legate allo stile.
Sebbene nel delineare la trama abbia posto al centro l’avvocato Ballesteros, non è possibile identificarlo come protagonista. Risultano, invece, ugualmente in primo piano all’interno del romanzo Raquel, sorella della vittima, e l’investigatore Alex Zarco.
L’importanza che, attraverso lo scavo psicologico, viene conferita ai personaggi snatura in parte il genere del romanzo. Il volume delle riflessioni sul rapporto tra individuo e società è tale da caratterizzare decisamente il testo e far sorgere il sospetto che le indagini siano piuttosto un espediente per dare loro spazio.
D’altra parte, non ho trovato coinvolgente il caso e ho patito, annoiandomi, la mancanza di climax adrenalinici. La drammaticità non è, infatti, resa adeguatamente e i colpi di scena sono inefficaci. Marín mette troppo spesso in guardia il lettore e, alla fine, ogni risvolto appare totalmente telefonato.
La mia impressione generale è che il testo sia stato poco curato, non solo nella traduzione italiana, ma anche in fase di editing: la penna di Marín è grezza, ma il romanzo ha aspetti interessanti e originali da cui si sarebbe potuto trarre una lettura più soddisfacente e un thriller più intrigante.

Il mio voto

1 specchio


Amaranth

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