martedì 10 aprile 2018

Barbablù

Recensione di Barbablù di Amélie Nothomb

Amélie Nothomb

«No. Morire non significa scomparire».

copertina Barbablù Amélie Nothomb

Titolo: Barbablù
Titolo originale: Barbe bleue
Autore: Amélie Nothomb
Traduttore: Monica Capuani
Prima edizione italiana: Voland Edizioni - 21 febbraio 2013
Prima edizione: Éditions Albin Michel - 2012
Pagine: 102
Prezzo: cartaceo - € 14,00
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Dopo aver visitato appartamenti orribili e angusti, Saturnine ha poche speranze di trovare casa a Parigi ed è convinta che nell’ennesimo annuncio preso in considerazione ci sia persino un errore. Per questo motivo è incredula di trovarsi in un palazzo signorile tanto elegante. Ma non è l’unica a essersi presentata all’appuntamento: la precedono altre quindici donne.
Durante l’attesa, però, viene a sapere che, più che dall’alloggio, le altre candidate sono attratte dal mistero che avvolge il proprietario. In passato, altre otto donne hanno ottenuto la stanza offerta da don Elemirio ma sono tutte scomparse.
Quando viene scelta come nuova coinquilina, Saturnine non ha comunque alcuna ragione di rifiutare: nulla prova che la storia che ha ascoltato sia vera e, soprattutto, un appartamento tanto lussuoso a un prezzo irrisorio è un’occasione unica. Tuttavia, le è sufficiente una cena e una conversazione surreale per convincersi di avere a che fare con un pazzo.

Barbablù è un’esplicita riscrittura dell’omonima fiaba di Charles Perrault, ma preserva un’intrinseca originalità legata alla penna e alla visione dell’autrice. Da Perrault Nothomb riprende gli elementi principali e li inserisce in una storia breve e intensa che, fin dalle prime pagine, mette il lettore in allerta. Mi è sembrato, tuttavia, che Nothomb avesse in mente anche altre interpretazioni della fiaba e che ne abbia celato alcuni riferimenti nella sua versione.
Quest’impressione incontra quella più perturbante, forse risultato del primo incontro con la scrittura di Amélie Nothomb, di un testo oscuro e criptico. Mentre leggevo, sebbene le parole scorressero chiare lasciando che la vicenda narrata prendesse forma, non riuscivo a liberarmi della sensazione di aver bisogno di una chiave di lettura per penetrare la superficie del testo. Mi sembrava che il significato immediatamente accessibile ne celasse un altro più inquietante.
L’inquietudine è un sentimento che, avvicinando il lettore alla protagonista, perdura durante la lettura fino a raggiungere l’apice conclusivo. Tuttavia, Saturnine è convinta di poter dominare la paura: decisa a non cedere alle provocazioni di don Elemirio, si assume il compito di scoprire il passato del nobile spagnolo e, soprattutto, la sorte delle donne che l’hanno preceduta.
Nothomb fa di Saturnine un pungolo che costringe il grande di Spagna a uscire allo scoperto ed è così che l’autrice regala ai suoi protagonisti una profondità e complessità psicologica che la fiaba trascura. In particolare, Don Elemirio Nibal y Milcar, a differenza del più noto Barbablù, assume identità, valori e motivazioni che, sebbene venati dalla follia, sono lucidi e coerenti.
Spiazzata proprio dall’apparente equilibrio dell’uomo, a poco a poco per Saturnine, esattamente come per Nothomb, diventa fondamentale rivelarne le ragioni. Deve, però, trovare le domande giuste perché don Elemirio ha sempre un’agghiacciante risposta pronta.
Saturnine è una donna forte ed emancipata che, per contrapposizione al nobiluomo, appare a prima vista luminosa. Il suo equilibrio, però, mi è sembrato nascondere debolezze e ombre. La donna non vuole cedere alle lusinghe di don Elemirio e non le riesce di trovarlo affascinante, ma il lusso e l’immensa bellezza dell’oro esercitano su di lei una seduzione a cui non riesce a opporsi.

«Il giallo opaco in quest’oro barocco è di una tale bellezza!» disse infine.
Don Elemirio, per la prima volta, guardò la giovane con autentico interesse.
«Si emoziona davanti a queste cose?»
«Come potrebbe essere altrimenti? Rosso e oro, blu e oro, perfino verde e oro sono associazioni sublimi, ma classiche. Giallo e oro, nell’arte, non esiste. Perché? È il colore stesso della luce, modulato dal più opaco al più brillante».


L’ammirazione per l’oro è la freccia amorosa che schianta don Elemirio all’istante e da quel momento è pronto a concederle tutto e tutto se stesso, con l’eccezione di quell’unica stanza il cui accesso le rimane proibito. L’oro e la sua apoteosi liquida lo champagne, avvicina i due conviventi senza frenare l’affilato scambio di battute e non ci vuole molto a capire che è Saturnine a condurre il gioco.
Se il grande di Spagna è il mostro, mi è sembrato che da Saturnine si diramassero ombre e crepe di dubbi incolmabili che suggeriscono un’inversione o quanto meno l’indefinibilità dei ruoli.
La costruzione psicologica dei personaggi, netta nella loro complicata e patologica condizione, colpisce ancora di più quando si considera la struttura del romanzo. Nothomb riduce al minimo riduce al minimo le descrizioni, rendendo secondario il narratore. Barbablù è una schermaglia tra protagonisti che si fronteggiano in un dialogo serrato e incredibilmente efficace. Le sequenze dialogiche reggono l’intero romanzo e trasformano le parti narrative in parentesi brevi che calano sul confronto verbale come sipari.
È forse la vicinanza alla struttura drammatica a dare l’impressione di un destino ineluttabile di cui i personaggi, e in particolare don Elemirio, appaiono consapevoli, quasi conoscano la fiaba da cui hanno preso vita.
La stanza oscura del nobile spagnolo è il cuore della narrazione: attorno a essa si dipanano i temi principali, dall’importanza e dal diritto di custodire un segreto, alla fiducia verso la persona amata e al suo tradimento. Barbablù è un racconto d’amore e di morte, ma Nothomb ne allarga i confini inserendovi riflessioni metafisiche ed evocando l’intrinseco rapporto tra fotografia e morte. La fotografia è ambigua, e ancora di più lo diventa quella di don Elemirio, perché blocca, congela la vita. Non voglio soffermarmi troppo a lungo, non avrebbe senso, ma se siete incuriositi dal tema non vi sarà difficile rintracciare i saggi di Roland Barthes e Susan Sontag sull’argomento.
Più dei contenuti, perché temo di non essere riuscita a penetrare del tutto l’ambiguità di fondo, ho apprezzato lo stile affilato e ricercato di Nothomb. Non voglio sbilanciarmi al primo romanzo, ma Barbablù potrebbe essere l’inizio di un nuovo amore che mi ha lasciato due desideri: uno è leggere altri romanzi di quest’autrice e l’altro, forse, lo scoprirete da voi.

«Lei si sbaglia sul mio conto.
Sto male, quando mi accorgo che tante donne sono calamitate dalla mia orribile reputazione […]»

Il mio voto

4 specchi


Amaranth

5 commenti:

  1. Sembra davvero bello, se non avessi una WL infinita ci farei più di un pensiero.
    Ma che dico, che tanto in WL ce lo metto comunque.

    (però se mi dicessero che in una casa ci sono sparite otto ragazze, col cavolo che ci andrei a vivere)

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    1. Fai bene a inserirlo in WL: è una lettura che merita quanto meno come esperienza diretta dello stile.
      (Decisamente anch'io, ma Saturnine reagisce in modo inaspettato anche per altri aspetti...)

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  2. Complimenti per questa recensione analitica e precisa!
    Ho già letto e apprezzato un libro di questa autrice (Il delitto del conte Neville) e questo non sembra da meno. Lo metterò in wishlist anch'io!

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    1. Grazie! Voglio leggere altri romanzi di Nothomb, ma non ho idea di quale possa essere il prossimo: magari prenderò quello che hai letto tu come consiglio :3

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