sabato 25 gennaio 2014

Ti racconterò tutte le storie che potrò

Agnese Borsellino, Salvo Palazzolo

Oggi vi parlerò di un libro importante di cui non posso scrivere una vera e propria recensione: è possibile scrivere una recensione sulle vite di una, due, più persone e di tutta l'Italia perfino? Me lo chiedo da quando ho iniziato la lettura, ma non ho più dubbi: non è possibile o almeno non credo di esserne in grado. In ogni caso voglio parlarne con voi anche se ancora non so con quali parole lo farò.

Titolo: Ti racconterò tutte le storie che potrò
Autore: Agnese Borsellino, Salvo Palazzolo
Editore: Feltrinelli
Prima edizione: 5 novembre 2013
Pagine: 199
Prezzo: Rilegato - € 18,00

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Il 19 luglio 1992 non avevo ancora compiuto due anni: non ho ricordi diretti di quel giorno ma, come a molti altri che erano troppo piccoli o ancora non erano nati, la mente mi ripropone vecchie immagini in bianco e nero, fotografie dello scheletro di un'auto. Quel giorno morirono Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta.
Anni dopo studiavo il nome di Borsellino e quello di Falcone sui libri di scuola ed ero abbastanza grande per intuire la portata del loro impegno, il significato della loro morte e della parola «mafia». Ciononostante sono stati molti i momenti in cui tutto mi è sembrato lontano, quasi non mi riguardasse davvero e questo sebbene vi abbia sempre prestato una certa attenzione.
Dopo aver letto Ti racconterò tutte le storie che potrò, mi sembra che la questione sia meno nebulosa di prima e certamente meno distante: smettiamo di credere che la mafia sia solo in quel sud lontano, che sia fatta da uomini brutti e cattivi, delinquenti di poco conto.
Non so come e perché mi sono avvicinata al libro che Agnese Borsellino, con l'aiuto di Salvo Palazzolo, ha scritto. Vi ho trovato molto più di quello che mi aspettavo: molta speranza, forza e coraggio per i giovani, parole e valori in cui riconoscersi, da far propri, da trasformare in fatti.

Mi colpiscono, ancora una volta, la tua voglia di vivere, l'amore per le piccole cose, anche quelle un po' frivole, e soprattutto l'inesauribile speranza di ritrovare la luce in fondo a quel tunnel in cui pensavano di averti cacciato definitivamente coloro che ti hanno privato troppo presto dell'amore della tua vita.

Manfredi Borsellino

Non è un libro che vuole rivelare verità scomode, ma vi è anche l'appello perché la verità (non solo quella sulla strage di via D'Amelio) emerga, si diffonda luminosa. È, invece, il racconto di una donna innamorata del marito e della vita. Agnese ricorda le tante vite che ha vissuto: quella in cui era la signorina dei pizzi e dei merletti, quella con Paolo che è stato capace di plasmarla e trasformarla e quella dopo quel pomeriggio di luglio. Attraverso i ricordi di Agnese emerge l'uomo che fu Paolo Borsellino e non nascondo che mi sembra ora di averlo conosciuto.

In quel giorno di aprile, Agnese ha deciso che era venuto il momento di raccontare le sue tante battaglie, prima e dopo il 19 luglio 1992. "Per ridare entusiasmo e speranza al nostro paese," mi ha detto con un sorriso grande. "Perché io non mi arrendo, devono saperlo gli uomini della mafia e gli uomini dello stato che conoscono la verità sulla morte di Paolo. Le mie parole vivranno per sempre, perché sono un gesto d'amore nei confronti del mio Paolo." E ha iniziato il suo racconto.

Salvo Palazzolo

Ho letto le prime venti pagine, piangendo ininterrottamente. Non sapevo come avrei potuto portare a termine una lettura che si stava rivelando così emotivamente impegnativa. Poi sono arrivati i momenti di "respiro", in cui le lacrime non mi annebbiavano la vista, e momenti in cui ho persino sorriso. Naturalmente ci sono stati altri passaggi difficili da leggere senza sentire la commozione e soprattutto la rabbia prendere il sopravvento. Mi si stringe lo stomaco anche solo ripensandoci ora: come altri, sento il vuoto di una perdita personale.

Tante vite ho vissuto. Prima e dopo Paolo Borsellino, mio marito, il padre dei miei figli. Me l'hanno portato via una domenica di luglio di vent'anni fa, me è come se fosse ieri. Lo sento ancora avvicinarsi: mi sorride, mi fa una carezza, mi dà un bacio, poi esce accompagnato dagli agenti di scorta. E non c'è più, inghiottito da una nuvola di fumo che vorrebbe ingoiare tutta la città.
[…]
E allora, tante parole di mio marito mi sono apparse chiare, chiarissime. Come non mai.
Voglio ritrovarle tutte le parole di Paolo. Parole di amore, di verità, di rabbia, di indignazione. Voglio ritrovare anche le sue parole di paura, di amarezza, di tristezza, che poi erano accompagnate sempre da altre parole: di coraggio, di speranza, di gioia, di ironia, di forza. Lo so che non sarà facile ritrovare le parole del mio amato Paolo, ma ci voglio provare, ripercorrendo dentro di me tutte le vite che ho vissuto. Prima e dopo di lui. Perché le mie vite sono state scandite dalle parole di Paolo. Scandite, accarezzate, sostenute.


Non posso aver la pretesa di trasformare me stessa sulla base di un libro, sulle parole che ho letto, ma voglio lasciare che mi tocchino, che siano la scintilla di un cambiamento, che siano ispirazione del percorso che farò nella mia vita.
Quando spiegavo che questa non può essere una recensione, mi riferivo al fatto che non ci sono trama o stile da commentare: c'è da leggere (che in questo caso è come sedersi ad ascoltare) e da capire le ragioni dietro alle stragi di mafia, da carpire la passione che un uomo, Paolo Borsellino (ma non solo), metteva nel lavoro e nella vita. Dobbiamo iniziare una nuova vita perché avremo il futuro che ci saremo costruiti.
Sembra una frase banale, ma non lo è: non lo è per i significati che si porta dietro. Siamo noi, giovani di oggi, che abbiamo la possibilità e il dovere di cambiare il nostro mondo e il futuro dei nostri figli. Sembra lontano il 1992, ma quanto è lontano? È davvero il passato quello che ho letto?
Non voglio che le mie parole banalizzino questo libro, per questo ho preferito lasciar spazio a dei piccoli estratti. Perdonatemi, se il post di oggi esce un po' fuori dai generi di cui vi parliamo di solito: sentivo la necessità di condividere una piccola riflessione con voi.

Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare.

Leggere le parole di Agnese, e indirettamente di Paolo Borsellino, mi ha fatto sentire più intensamente l'amore per la terra di mio padre e di mio nonno, ma anche per la nostra nazione, la nostra Italia che ha tante, troppe cose che non funzionano, che sarebbe meravigliosa se la corruzione non fosse così quotidiana da aver smesso di farci indignare.
Imparare a riconoscere la mafia, in tutti i suoi aspetti perché essa si sa nascondere troppo bene, ci farà compiere un piccolo passo, ma saremo più forti se sapremo volgerle le spalle senza tornare indietro.

"Parlate della mafia, parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene. Se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente mafia svanirà come un incubo".

Ecco perché scrivo.

Ecco perché leggiamo.

Amaranth

2 commenti:

  1. I camici sono bianchi. Le cliniche sono bianche. I colletti sono bianchi. E se anche la mafia è bianca, come faccio a vederla?
    Imparare a riconoscere la mafia , dalle mie parti, non è difficile.
    Vivendo a Palermo, ogni tanto ho l'impressione che la mafia sia ovunque, dietro qualsiasi cosa.
    Negli ultimi anni i Ministri dell'Interno che si sono succeduti nel Governo si sono vantati del fatto che molti esponenti delle famiglie mafiose più in vista in Sicilia fossero stati assicurati alla giustizia, ed è vero, ma il problema, dalle mie parti, è che la mafia sa nascondersi bene, e non ha più bisogno di atti plateali per farsi riconoscere.
    Vedo la mafia nel mondo della sanità e dell'imprenditoria, tra le file dei consigli regionali e provinciali, nelle giunte comunali, nelle file dei partiti politici.
    Vedo una mafia cambiata, che prospera in un'economia malata che uccide giorno dopo giorno la città in cui vivo, e soprattutto vedo un popolo rassegnato, perché ormai se qualcosa va male sappiamo solo lamentarci e limitarci a dire che "è così che va".
    Io non mi voglio rassegnare, perché mi hanno sempre insegnato che l'onesta alla fine ripaga, ma fino a quando non cambierà la mentalità delle persone, allora la vedo difficile.
    Mi rivedo molto nelle parole di Agnese Borsellino: nemmeno a me piace Palermo, e non vedo l'ora di scappare da qui. Eppure la amo. Mi fa incavolare da morire, ma la amo. E sono felice ogni volta che scopro nuove associazioni che organizzano progetti antimafia, e ne parlano nelle scuole e nelle università. Molti dicono che non serve a niente, ma io non la vedo così, e sono convinta che solo con l'impegno in questi percorsi formativi le nuove generazioni possono crescere con una mentalità nuova, e la testa pulita e libera dal sistema mafioso.
    Nel corso degli anni ho imparato a conoscere bene le vite di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Don Pino Puglisi, Rocco Chinnici e di tutti gli altri che sono morti per il semplice fatto di essere onesti, e di voler cambiare il sistema. Le conosco, e voglio che le conoscano anche i miei figli, perché la storia è la memoria, e io voglio ricordare. Spero solo che nella sua memoria, questo popolo un giorno trovi la forza di cambiare.

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    1. Cara Annie, mi si stringe il cuore davanti al tuo commento perché speravo che il mio post non rimanesse ignorato e non per me, ma per il contenuto. Mi rendo conto che tra tanti tu non potessi passarci sopra a cuor leggero: è della tua città, della tua terra che si parla.
      Pur non vivendo in Sicilia, anch'io ho spesso l'impressione che la mafia sia ovunque, anche dove non sembrerebbe, ma per te dev'essere diverso.
      Il vanto che i Ministri dell'Interno hanno fatto e fanno coincide con quello spirito di autocelebrazione e costruzione di un'apparenza onorevole che personalmente trovo rivoltante: mi fanno ribrezzo i teatrini, le lacrime e le frasi di circostanza quando è più che evidente che manchino i fatti e spesso la volontà di agire. Da sempre la mafia agisce con la compiacenza delle istituzioni e non solo degli imprenditori e dei politici locali più influenti. Ci siamo, noi cittadini italiani, rassegnati: giriamo la testa per non vedere o forse nemmeno vediamo più. E non sono i gesti eclatanti che ognuno di noi deve fare perché è l'onestà che deve guidarci, il nostro impegno deve essere sufficiente per il raggiungimento dei nostri obiettivi. Ma il favore, si sa, è comodo e fa gola.
      Io penso che parlarne sia un inizio; ne parlo perché non ho paura di capire, perché ho bisogno di capire, ma rimane necessario accompagnare le parole con i fatti.
      Questa tua frase dice tutto: " Nel corso degli anni ho imparato a conoscere bene le vite di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Don Pino Puglisi, Rocco Chinnici e di tutti gli altri che sono morti per il semplice fatto di essere onesti, e di voler cambiare il sistema. Le conosco, e voglio che le conoscano anche i miei figli, perché la storia è la memoria, e io voglio ricordare. Spero solo che nella sua memoria, questo popolo un giorno trovi la forza di cambiare."

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