giovedì 26 settembre 2013

Il Sosia

Fëdor Dostoevskij

Titolo: Il sosia
Titolo originale: Dvojnik
Autore:Fëdor Dostoevskij
Traduttore: Alfredo Polledro
Editore: Mondadori
Prima edizione italiana: Mondadori 1985
Prima edizione: Otečestvennye Zapiski (rivista) - 1846
Pagine: 190
Prezzo: 8,50 euro

Ammetto che i classici russi non sono proprio il mio genere e forse avrei dovuto tenerne conto prima di iniziare un libro del genere sotto il sole di agosto ma, ahimè, è andata così.

In questo romanzo, Dostoevskij segue la discesa del suo “eroe”, come lo chiama durante la narrazione, nel vortice della follia.
Jakov Petrovič Goljadkin fa parte della macchina burocratica dell’Impero di Pietroburgo, un impiegato qualsiasi, quasi anonimo, diviso letterariamente in due: il suo io timido e riservato, e quello che vorrebbe essere: spregiudicato, accattivante e ambizioso.
Con l’uso del doppio, Dostoevskij fa sprofondare il suo eroe nella pazzia. Goljadkin perde infatti, pagina dopo pagina, qualsiasi credibilità con i superiori e perfino con il proprio servitore, fino a perdere anche il posto di lavoro.
Il suo secondo, il suo doppio, si impossessa di tutto, lentamente, finché a Goljadkin non resta nulla.

«Io cammino, Krest’jan Ivanovič» riprese il nostro eroe «diritto, apertamente e senza seguire vie traverse, perché le disprezzo e le lascio ad altri. Non cerco di umiliare quelli che forse son migliori di me e di voi… cioè, voglio dire, di me e di altri, Krest’jan Ivanovič, non voglio dire: di voi. Le mezze parole non mi piacciono; alle meschine doppiezze non indulgo; la calunnia e i pettegolezzi li sdegno. La maschera non la metto che per le mascherate, e non vado con essa dinnanzi alla gente ogni giorno(…)».

L’accenno alla maschera torna di nuovo nel romanzo, e Goljadkin afferma più volte di essere una persona semplice, che non è esperta del bel parlare e del mondo delle maldicenze. Allo stesso tempo, però, con l’arrivo del suo sosia capiamo invece che, se anche il nostro eroe afferma di essere un uomo pacifico e di amare la quiete, allo stesso tempo anela al riconoscimento pubblico. Ma, per uno strano scherzo del destino, nonché della sua mente, è il suo doppio, il suo sosia, ad ottenere tutto ciò.

Purtroppo ho trovato questo romanzo troppo pesante per i miei gusti. Ho aspettato capitolo dopo capitolo che scattasse quel qualcosa, quella scintilla, se così posso chiamarla, che mi fa distinguere un libro che mi piace da un libro che finisco per semplice inerzia. Questa volta non c’è stata nessuna scintilla e mi sono trascinata fino alla fine senza forse apprezzare il libro come avrei dovuto.
Una cosa che mi ha particolarmente irritato, durante la lettura, è stata l’insistenza con cui il protagonista si rivolge ai propri interlocutori, ripetendo fino alla nausea il loro nome completo. Ho intuito che fosse una scelta stilistica per sottolineare l’insicurezza del personaggio, che deve quindi nominare frequentemente il nome del proprio interlocutore, quasi fosse una litania. A me ha semplicemente fatto saltare i nervi dopo le prime pagine. Probabilmente i critici letterari mi fucileranno (e a loro si aggiungeranno gli insegnanti di letteratura), ma purtroppo si tratta di un mio gusto personale.
Ho finito il libro a fatica, spero non me ne vogliate per questo.

Il mio voto

2 specchi

Alaisse
Questa recensione partecipa a Tributes Reading Challenge.

2 commenti:

  1. Di Dostoevskij non ho letto questo libro in particolare ma ho letto Delitto e Castigo e L'adolescente e sono d'accordo sulla pesantezza di cui parli. Immagino che sia così per tutti i suoi libri ma penso anche sia un aspetto tipico della letteratura russa in generale perché in un modo o nell'altro tutti i russi sono "pesanti". Certo è che Dostoevskij esaspera questo elemento e il lettore viene schiacciato alla pari del protagonista. Io personalmente sono molto affascinata dai classici russi ma cerco di prenderli a piccole dosi perché ogni libro è un'esperienza completa ma faticosa.

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    Risposte
    1. Io ho letto anche "Il giocatore" di Dostoevskij e concordo con te: possiamo definire gli autori russi più "pesanti" della letteratura a cui siamo abituati di solito. Questo non vuol dire che non mi piacciano, ma che, come dici tu, li devo prendere a piccole dosi.
      Tempo fa cominciai anche Anna Karenina, ma feci l'errore di prendere il libro in biblioteca diviso in volumi. Una volta finito il primo non ebbi il coraggio di prendere il secondo, nonostante mi fosse piaciuto e volessi andare avanti. Così adesso dovrò rileggerlo da capo perché non ricordo più la trama.
      Sono senza speranza, lo so.

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