sabato 16 febbraio 2013

Gocce di magia

Ogni libro è una successione di immagini e parole. Spesso alcune di queste colpiscono più di altre, lasciandoci del libro quei ricordi che poi restano anche a distanza di anni. Questi piccoli frammenti di storie possono ricreare atmosfere ed emozioni.
Per questo, ogni settimana, condivideremo con voi un piccolo frammento di storia, nella speranza che lasci qualcosa anche in chi non l’ha ancora letta.

L’Ultima Profezia del mondo degli Uomini, L’Epilogo, Silvana De Mari

Vide il mare dall’alto di una scogliera immensa da cui cadeva una cascata bella da levare il fiato.
Vide il mare e al di sotto dello splendore della scogliera e della cascata c’era quello che restava della città agonizzante.
Aveva comandato le operazioni il generale yurdione Hiskrud: Kail riconobbe il nome, glielo aveva detto sua madre. Lo guardò da distante: non riuscì a vederne la faccia, coperta da una maschera da guerra. I suoi occhi ne cercarono le mani: grosse e corte, e le immaginò su sua madre, mentre le tenevano la faccia sul braciere e non mollavano la presa, mentre i lineamenti si scioglievano per diventare orrore e dolore e carne bruciata.
Kail non aveva mai odiato nessuno, non sapeva nemmeno cosa fosse veramente l’odio. Se ne rese conto allora. Un odio assoluto, totale, come assoluto era il disprezzo, che non era la stessa cosa dell’odio: anche a quel concetto senza le conversazioni con gli schiavi non ci sarebbe mai arrivato.
Fu assolutamente fiero di non essere suo figlio, fiero che sua madre avesse resistito, di non avere fratelli con il sangue di Hiskrud.
Fu fiero di sua madre.
Fu fiero della sua faccia sfregiata e per un istante fu fiero di essere Kail lo Stolto, portatore di sangue sporco, ma fu solo un istante. Poi l’altra metà della sua anima prevalse e di nuovo tornò a voler essere fiero del suo popolo, a sognare che prima o poi il suo popolo sarebbe stato fiero di lui.

Alaisse

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